Agroenergia in Calabria, biomasse per filiere locali
26/05/2026
Territorio ed energia possono incontrarsi in una nuova filiera capace di collegare aree rurali, centri urbani e imprese agricole. È il tema al centro dell’analisi pubblicata da Arsac Calabria sull’agroenergia, indicata come un possibile hub di interscambio tra produzione agricola, infrastrutture energetiche e sviluppo locale. Il contributo, firmato dal divulgatore agricolo Domenico Solano, propone una lettura del settore primario non più limitata alla produzione alimentare, ma aperta alla generazione di energia rinnovabile.
Colture energetiche e nuova economia rurale
Secondo l’approfondimento Arsac, l’agricoltura sta attraversando una fase di trasformazione legata alla crisi climatica e alla necessità di rafforzare la sovranità energetica nazionale. In questo scenario, l’agroenergia non rappresenta soltanto un’integrazione al reddito aziendale, ma una filiera strutturata, in grado di contribuire alla riduzione della dipendenza dalle fonti fossili e dall’energia importata.
Il punto centrale riguarda la scelta delle colture e la loro efficienza energetica. La programmazione, evidenzia Arsac, deve basarsi sull’analisi del rendimento energetico netto, indicato con l’indice EROI, cioè il rapporto tra energia prodotta ed energia impiegata nella produzione. Una valutazione di questo tipo consente di distinguere le filiere più adatte ai diversi contesti territoriali e di evitare investimenti poco efficaci.
La distinzione principale è tra colture oleaginose, destinate alla produzione di biodiesel, e biomasse lignocellulosiche, più orientate alla produzione di energia termica, elettrica o bioetanolo di seconda generazione.
Canna comune e miscanto guidano le rese
Dall’analisi emerge il ruolo strategico delle colture erbacee perenni lignocellulosiche. Specie come la canna comune e il miscanto offrono rese energetiche nettamente superiori rispetto alle colture annuali, perché permettono di utilizzare l’intera biomassa aerea e richiedono minori input dopo l’impianto.
La canna comune viene indicata come coltura particolarmente adatta al Centro-Sud, con rese stimate tra 8 e 15 TEP per ettaro all’anno e punte medie vicine alle 30 tonnellate di biomassa per ettaro. Il miscanto, più adatto ai climi temperati, può raggiungere 8-12 TEP per ettaro all’anno. Anche il pioppo a ciclo breve e il cardo hanno un ruolo significativo, soprattutto per la produzione di calore, elettricità e per il recupero di terreni marginali o abbandonati.
Le colture oleaginose, come colza e girasole, presentano invece rese inferiori. Il loro vantaggio resta la produzione di carburanti liquidi utilizzabili nei trasporti pesanti e nelle macchine agricole, settori più difficili da elettrificare direttamente. Tuttavia, il ciclo colturale più energivoro e i processi necessari alla trasformazione in biodiesel riducono il bilancio energetico finale.
Filiere corte e impianti vicini ai luoghi di raccolta
La prospettiva indicata da Arsac non è solo agronomica. La sfida riguarda la pianificazione industriale, logistica e tecnologica. Per rendere competitiva l’agroenergia, servono filiere locali corte, con impianti di trasformazione collocati vicino ai siti di raccolta della biomassa. In questo modo si possono abbattere costi ed emissioni legati al trasporto, aumentando il valore economico generato nei territori.
La Calabria e il Mezzogiorno possono trovare in questa impostazione un terreno favorevole, soprattutto nelle aree interne, nei terreni marginali e nei contesti agricoli dove colture rustiche e resistenti agli stress idrici possono creare reddito senza entrare in conflitto con le produzioni alimentari di qualità.
Un altro ambito di sviluppo riguarda la ricerca sulle tecnologie di conversione energetica delle biomasse, dal biometano al bioetanolo, fino al recupero dei sottoprodotti agricoli, dei cascami legnosi, dei rifiuti organici e dei derivati forestali. L’integrazione tra agricoltura, ricerca scientifica e innovazione tecnologica può trasformare l’agroenergia in una leva concreta per l’economia rurale.
Il messaggio dell’approfondimento Arsac è chiaro: il futuro delle agroenergie dipenderà dalla capacità di scegliere colture coerenti con il clima, il suolo e le infrastrutture disponibili, costruendo reti locali tra aziende agricole, centri urbani e impianti di trasformazione. Una programmazione mirata può restituire al settore primario un ruolo centrale nella produzione di energia pulita e nella tutela del territorio.
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